Il 4 maggio e il diritto alla fragilità Cosa Superga ci insegna ancora in un’epoca che vieta il fallimento
L’Italia degli anni Quaranta era un Paese in frantumi. Le città erano distrutte dai bombardamenti,
l’economia era da ricostruire e la guerra aveva spazzato via tutte le certezze sociali. Tutto poteva crollare da
un momento all’altro, perché era già successo. Il Grande Torino in questo panorama non era una semplice
squadra, ma il simbolo di riscatto di un’intera società. Proprio per questo i suoi giocatori furono chiamati gli
“Invincibili”, perché l’Italia aveva un bisogno disperato di poter credere che, almeno qualcosa in mezzo a
tutte quelle macerie fosse rimasto in piedi.
Settantasette anni dopo viviamo in una società che è quasi l’opposto di quella del tempo. Oggi l’essere
invincibili è un obbligo che ci porta a nascondere i nostri fallimenti e le nostre vulnerabilità dietro a delle
facciate di perfezione, mostrando sempre una morale positiva alla fine della storia. E le cose più semplici,
come essere tristi o fallire, non vengono più accettate. Viviamo in un’era dove, per essere parte della
comunità, è necessario essere vincenti a tutti i costi. Gli atleti di oggi parlano spesso di mentalità vincente,
di superare i propri limiti, di continuare a spingersi sempre oltre, sempre più in alto. Lo stesso marketing
dello sport non lascia spazio all’idea di una caduta che non sia seguita da una rinascita sempre più forte.
Eppure il Grande Torino ci parla di qualcosa di diverso. La storia di quei giocatori non ha avuto un finale da
favola, dove con la loro sola forza di volontà riuscirono a prevalere sulle difficoltà. Terminò invece
all’improvviso, nel silenzio di uno schianto. L’aereo, che quel pomeriggio si schiantò contro il terrapieno
della Basilica, non ha distrutto solo la squadra più forte di tutti i tempi, ma ha distrutto l’illusione che
l’uomo, per quanto forte e perfetto, possa essere intoccabile. Il destino non ha guardato in faccia il talento
di Mazzola e dei suoi compagni e nemmeno la superiorità sportiva che avevano dimostrato fino a quel
momento. Ha ricordato invece, che sotto a tutta quella forza e quel successo c’era ancora la fragilità
dell’uomo e per noi che viviamo nella società della perfezione costante, questa fragilità può essere una
liberazione.
Allora oggi ricordare il Grande Torino diventa un atto di disobbedienza, perché significa guardare a chi era
all’apice e riconoscere che la caduta fa parte del gioco. Chi siamo noi per esigere un’infallibilità perenne se
nemmeno gli Invincibili hanno potuto contrastare il destino? Il ricordo di Superga ci toglie dalle spalle il
peso del dover essere sempre all’altezza. Non c’è una morale positiva da trarre dalla tragedia del Grande
Torino, ma solo l’accettazione di quello che è il limite umano.
La storia di questa Grande Squadra ci insegna che il valore di un’esistenza non si misura dalla capacità di
rialzarsi dalle cadute o di evitarle, ma dalla dignità con cui si accettano le proprie fragilità. E come nel giorno
dei funerali tutto il paese si è fermato per piangere assieme i Campioni caduti, oggi dovremmo provare a
ritrovare insieme la solidarietà che ci dovrebbe unire nelle nostre intime vulnerabilità; non serve
nascondere le sconfitte, perché è proprio in quel momento che ci riconosciamo come esseri umani.
In un mondo che ci vuole come macchine infallibili che collezionano solo successi, il Grande Torino ci
restituisce, attraverso la tragedia che ha segnato la sua fine, il diritto di essere semplicemente e
meravigliosamente umani. E allora siate disobbedienti. Solo il fato li vinse, ricordandoci la loro fragilità. Non
fatevi piegare da una società che proprio quella fragilità, che è la vera essena dell’essere umano, non vuole.
Sara Muraro